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Ottobre Missionario in Thailandia

Le chiese asiatiche sono tutte di dimensioni estremamente piccole, ad eccezione della chiesa filippina. Per queste comunità la dimensione missionaria è sinonimo di esistere. Non c`é attività pastorale o iniziativa che non abbia il linguaggio e lo scopo di raggiungere i non cristiani, di condividere il vangelo con altre fedi e spiritualità.

Questa situazione facilita la gratitudine verso i missionari e incoraggia l’atteggiamento del dialogo. C’è pero anche un limite: tutto è talmente missionario che rischia di dimenticare la dimensione ad gentes. Le chiese asiatiche sono molto attente al loro interno ma non hanno propensione a guardare fuori di sé. In Thailandia, dove lavoro e coordino l’Ufficio Missionario diocesano di Chiang Mai, quasi non si conosce nulla della vita cristiana dei paesi limitrofi, da poco unificati in una specie di Comunità del Sus Est Asiatico (ASEAN).

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Non c’è interesse a confrontarsi e a relazionarsi con altre chiese ugualmente piccole. Africa, America ed Europa sono solo concetti generici. Per la gente esiste solo la Thailandia e ciò che è in relazione con la Thailandia. Ecco allora che il lavoro missionario, anche dei fidei donum, è quello di ricordare la dimensione cattolica della Chiesa e la corresponsabilità nella diffusione del Vangelo ad ogni popolo e cultura. Il mese di ottobre è tutto centrato sulla recita del rosario, di cui c`’e una grande devozione.

Nell’esperienza delle comunità è assente la stessa Giornata Missionaria Mondiale. Il servizio dell’Ufficio Missionario è quindi prezioso e semplice. Ha centrato la sua proposta in creare l’habitus di ricordare i momenti che ci allargano gli orizzonti: La giornata dell’Infanzia Missionaria, la Giornata di preghiera per la Cina, la Giornata Missionaria Mondiale e la Giornata di sostegno alla Congregazione Missionaria Thailandese (da poco attiva presso le comunità del Laos e della Cambogia).

Ci siamo proposti di elaborare materiali che riescano a diventare tappe obbligatorie nel calendario cattolico locale. Invitiamo i sacerdoti e i religiosi a realizzare qualche iniziativa specifica che apra lo sguardo oltre il confine, prepariamo del materiale semplice da usare a livello familiare o comunitario per aggiungere conoscenza, interesse e solidarietá verso luoghi altrimenti sconosciuti e marginali. Per noi è importante che inizi ad essere pane quotidiano il ricordo di altre comunità cristiane nel mondo.

Proponiamo alcuni film ai gruppi giovanili (anche se non esistono molte proposte valide tradotte o almeno sottotitolate in thai), elaboriamo brochure, poster, abbiamo creato un canale su youtube per fare arrivare anche a luoghi lontani certe esperienze di chiesa universale (ci sono di grande aiuto i viaggi frequenti del Papa e gli eventi internazionali).

In un contesto completamente estraneo agli eventi di Chiesa (la gente non conosce il Papa e non passano notizie ecclesiali per i canali televisivi) ogni elemento che dia spunti e immagini è graditissimo. L’anno scorso ogni settimana del mese di ottobre abbiamo proposto di pregare il rosario per i cristiani dei paesi vicini alla Thailandia (Myanmar, Laos, Cambogia e Malesia). Abbiamo dato notizie e statistiche di quelle comunità e abbiamo fatto girare qualche esperienza proveniente da quelle terre. I poster di quell’ottobre sono ancora esposti in qualche chiesa per dare a tutto la possibilità di informarsi. Quest`anno abbiamo scelto di dare un taglio non geografico alla recita del rosario: ogni settimana invitiamo a pregare per una ‘periferia esistenziale’ a cui il Papa ci sollecita. Cosi sono state scelte le situazioni delle vittime della tratta, dei disabili, dei carcerati e dei rifugiati. Tutte situazioni molto note in Thailandia ma slegate dalle dimensioni mondiali e assolutamente estranee all’attenzione pastorale e missionaria.

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Per favorire la diffusione di questo materiale si organizza un evento formativo per tutti i missionari provenienti da altri paesi e che svolgono il loro servizio in Chiang Mai. Nel territorio della diocesi ci sono circa 70 missionari di diverse congregazioni di diverse provenienze: Filippine, Pakistan, India, Spagna, Italia, Vietnam, Myanmar, USA, Francia, Brasile, Colombia, Messico… tutti con il carisma dell’ad gentes. A loro è stata offerta quest’anno l’occasione di approfondire la Evangelii Gaudium ed è stato chiesto di farsi fautori del lavoro di animazione missionaria presso le scuole e le parrocchie.

La cosa sembra bene avviata anche se ci rendiamo conto che inscrivere nel DNA delle comunità l’atteggiamento di apertura universale non è cosa di pochi anni. Confidiamo che le iniziative intraprese a lungo andare possano essere calendarizzate e assimilate nello spirito dei cristiani. Sappiamo di contare nella preghiera di voi tutti e speriamo che il grande lavoro di animazione missionaria da decenni svolto a Padova resti inciso nella prassi e nella spiritualità delle parrocchie.

Don Attilio de Battisti

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Suor Lorena Ortiz: l’arrivo in Sud Sudan

Pubblichiamo la lettera ricevuta da suor Lorena Ortiz, arrivata in queste settimane per la sua nuova missione in Sud Sudan. Suor Lorena è stata per anni a Padova come animatrice missionaria per le comboniane. Ora, lo Spirito l’ha richiamata in Africa in un paese tormentato ma ricco di speranza.

 

Grazie per il ricordo. Ti racconterò che il mio arrivo nella mia missione è stato un po’ travagliato. Solo Dio sa il senso di tutte le cose che succedono, a me a volte manca sapienza per interpretarle, ma mi affido al Mistero sapendo che la mia vita è nelle Sue mani.

Quando ho lasciato l’Italia sono andata dai miei in Costa Rica per un po’ di vacanza e mentre ero lì mia madre si è ammalata e allora sono rimasta con loro 7 mesi in tutto. Finalmente ho potuto partire e il 3 luglio sono partita per Roma, dove avrei fatto il visto per il Sud Sudan e da lì avrei viaggiato a Juba (capitale del SS).

Il problema è che, come forse avrai saputo, a metà luglio ci sono stati degli scontri armati a Juba. Scontri che hanno lasciato circa 300 soldati morti più tantissimi civili.

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Con tutta questa situazione l’aeroporto di Juba è stato chiuso e molte ONG hanno lasciato il paese per l’insicurezza. Così le mie superiore, mentre ero a Roma per il visto, mi hanno detto di partire per Nairobi dove avrei aspettato che le cose si calmassero e avrei applicato per il visto. Sono arrivata a Nairobi il 19 luglio e ho fatto il visto e atteso il tempo opportuno per viaggiare a Juba. Arrivata a Juba l’1 Agosto ho fatto richiesta di residenza e tutte le cose burocratiche e una volta pronta, sono finalmente partita per la mia missione, destinazione finale Lomin, (kaju-Keji).

Lomin (Kaju Keji) è relativamente vicino al confine con Uganda. Zona montagnosa, di vegetazione rigogliosa, clima umido (ci passa il Nilo) ma a volte c’è brezza ed è anche fresco, il clima è gradevole. La nostra missione è un grande complesso dove c’è la grande chiesa parrocchiale in mezzo (appena costruita da un anno e mezzo), c’è poi la casa dei Confratelli, un salone per riunioni, la nostra casa e più verso l’interno c’è un accesso al Comboni College, uno dei migliori in termini di qualità forse in tutto il Sud Sudan. Questo college fu fondato da un Comboniano che grazie a Dio si dedicò tantissimo per poter offrire una buona qualità di educazione ai giovani Sud Sudanesi. Ora questo college non è più gestito dai Comboniani, ma la Diocesi di Yei lo ha assunto, c’è una sorella che insegna nelle superiori ed è bello vedere tanta gioventù, il futuro di questo paese così precario dal punto di vista della politica. Pare che l’anno prossimo insegnerò anch’io lì. Qui c’è molto lavoro pastorale che va avanti con tanti catechisti e altri laici formati che portano avanti diversi ministeri della chiesa.

C’è un forte gruppo di Infanzia Missionaria, è bello perché sono bambini che s’incontrano tutti i sabati per pregare il rosario con canti e intenzioni speciali, e la domenica pomeriggio fanno formazione, una sorella li segue ma poi ci sono anche i bambini leader che accompagnati da lei sono quelli che organizzano. Dopo il rosario mangiano qualche cosa semplice insieme, a volte una caramella, altre volte se c’è frutta anche, qui tutto è tanto semplice! Non pensare alle merendine o alle uova kinder, a volte l’unico frutto che abbiamo è un limone e i ragazzi fanno festa. Qui la gente si accontenta di piccole cose e sa anche ringraziare, sa apprezzare le piccole cose. La cosa bella è che questi bambini fanno anche opere missionarie, che consistono per esempio nell’andare a trovare un malato o un disabile e fare con loro una preghiera, il rosario o altro, altre volte hanno fatto raccolta di cibo di casa in casa per portare ad una famiglia più povera che loro conoscono, le famiglie possono dare una pannocchia, o un pugno di arachidi, o una patata dolce, o un pezzo di cassava o qualche vegetale, etc.

Se c’è qualche persona anziana che magari non ha molto aiuto da altri e la sua capanna è già molto vecchia, i bimbi si organizzano con i fratellini più grandi o con altri amici della parrocchia per aiutarlo a cambiare il tetto, etc. Sono tutte piccole opere che indicano che loro sono Cristiani come Gesù che dove passava faceva del bene e aiutava gli altri a stare meglio. In mezzo a tanta morte ci sono segni di vita belli.

Qui la situazione non è serena, a volte un po’ calma ma sappiamo che in qualsiasi momento può cambiare. Molta gente continua a spostarsi verso i campi profughi permessi dal governo Ugandese, la gente si sposta e una delle brutte conseguenze è che le famiglie si dividono tra loro perché a volte la mamma è nel campo mentre i ragazzi rimangono nel villaggio per attendere scuola e allora rimangono con qualche zio o nonna.

Noi nel nostro villaggio vediamo molto spesso la gente che si sposta a piedi o in moto, o in auto, ed è gente che parte con il materasso rotolato e altri pochi beni avvolti in pezzi di tela sulla testa, qualche contenitore per l’acqua e poco più.  Questo è un tempo di precarietà per la gente, il mangiare non è molto disponibile perché i commercianti che normalmente portavano i beni dall’Uganda adesso non viaggiano più per l’insicurezza, quindi nei mercati si trova pochissimo e molto caro tutto.

Noi in questo contesto facciamo quello che possiamo, stiamo con la gente, cerchiamo di portare avanti una certa normalità con quelli che rimangono, e preghiamo insieme sempre per la pace e la riconciliazione.

Uno dei bei segni è che spesso gruppi e comunità cristiane, a volte anche ecumeniche, si trovano per una giornata intera a pregare e digiunare per la pace in Sud Sudan, loro stessi si organizzano e pregano, e riflettono sulla pace, a volte organizzano tipo laboratori sulla tematica della pace. Per me è edificante vedere i bimbi digiunare, non piangono, non dicono nulla anche se cono affamati, sanno che stanno insieme coi loro adulti per riflettere, pregare e digiunare per la pace, perché molti temono che dopo la quiete ne venga un’altra guerra.

Io dopo circa 25 giorni dal mio arrivo in Sud Sudan mi sono presa la malaria, era la prima volta nella mia vita perché sui Monti Nuba non l’ho mai avuta. Dicono che più avanti si è con l’età e peggio è. Bene, la mia è stata peggio. Sono stata veramente male, ho perso 6kg in una settimana e senza forza

Dopo questa esperienza terribile sono andata a Nairobi per recuperare le forze, mangiare meglio, specialmente frutta che non c’era a Lomin, e ho visto un medico che mi ha fatto un check up generale, mi ha dato antibiotici e vitamine, e poi mi sono sentita quasi normale. Quindi, dopo due settimane a Nairobi decise di ritornare a Lomin, e ho fatto il viaggio attraverso Kampala, in bus perché costa decisamente meno che gli aerei. Il bus da Nairobi a Kampala è durato 14 ore, un po’ pesante, ma fa niente, il Comboni e le prime sorelle per andare in Africa facevano 3 mesi a dorso di cammello nel deserto con quel caldo e quel freddo e con un fagottino senza tante cose. Questa memoria mi aiuta a ridimensionare i sacrifici di oggi.

Arrivata a Kampala lunedì sera, martedì mi sono riposata, mercoledì notte dovevo continuare il mio viaggio, altre 6 ore di bus fino a Moyo, una località un po’ verso il confine con il SS.  Avevo già preso il biglietto del bus per partire quella notte, quando mi avvisano di non partire perché la situazione è molto instabile e insicura. I soldati hanno circondato il villaggio e due studenti furono uccisi, molte donne e bambini cercano rifugio nella missione per sentirsi più protetti e questi giorni la chiesa parrocchiale è il dormitorio di moltissime persone, altre sale che abbiamo sono anche piene e la casa dei Comboniani e la nostra anche, la gente viene a cercare rifugio, a pregare e a stare uniti. Che cosa possono fare i missionari e le missionarie in queste condizioni? Non possono salvare nessuno perché loro stessi sono esposti al pericolo, ma se la gente viene a cercare rifugio lì, è perché per loro questo è un luogo e una presenza che rimanda a Dio, alla sua protezione, al suo amore, alla sua misericordia. Il nostro Maestro, il Pastore Bello, ci ha insegnato che se le pecore sono minacciate, non è ora di fuggire lasciandole esposte ai lupi affamati, ma bisogna stare con quelle più vulnerabili e metterle in salvo. Il Buon Pastore dà la vita per le pecore, possa il Signore concederci la grazia anche a noi.

Ti chiedo di pregare molto e far pregare alla tua gente, ai fedeli della tua parrocchia per la pace nel Sud Sudan e per tutti noi ovunque siamo nel mondo, affinché possiamo comprendere che il Vangelo non è un fatto di parole, ma di stile di vita, che è serio e che va vissuto secondo ci ha insegnato il Maestro. Preghiera e digiuno è l’unico modo per scacciare alcuni demoni, come il demone della guerra, della violenza, dell’odio, della prepotenza, della disumanizzazione. A noi, abituati a mangiare tanto e sempre, il digiuno ci costa molto, a questa gente che mangia una volta al giorno, costa meno ma non è che non costa, la fame è fame. Ci sono tanti nostri fratelli e sorelle che soffrono davvero la fame, quelli che sono nei campi profughi, anche quelli nello Yemen, in Siria, in tanti posti di dolore.

Scuscate se ho poca possibilità di scrivere, non abbiamo molto servizio internet e il poco che c’è è anche abbastanza caro. Lo usiamo per l’essenziale, qui a Kampala è diverso, è meglio e perciò vi scrivo lungo, per farvi fare penitenza leggendo tutta questa roba e per dirvi quanto vi ricordo e vi voglio bene. A te un abbraccio e una benedizione.

Sr. Lorena Ortiz

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Dià-lógos e Sym-pátheia: storia di un incontro

È il mese di marzo quando Padre Alberto Panichella, missionario Saveriano di Ancona, mi chiama per propormi di partecipare ad un campo missionario in Sicilia nel mese di agosto, spiegandomi che una sua cara sorella della congregazione delle Missionarie Scalabriniane Suor Terezinha Santin è impegnata da un anno con i migranti a Siracusa e sarebbe contento di farla conoscere ad un gruppo di giovani interessati ad incontrare le realtà siracusane dell’accoglienza e del sostegno ai migranti e agli emarginati.

Così, mentre le cronache registrano la morte in mare di migliaia di persone e i media aumentano il panico e la disinformazione gridando “all’invasione”, il 16 agosto, dall’aeroporto di Roma Fiumicino, parto alla volta della Sicilia con un gruppo di 8 ragazzi e 4 guide appartenenti ai Missionari Saveriani e all’associazione ALM (Associazione Laicale Missionaria).

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Testimoniare per servire. Un ingresso in Roraima.

Testimoniare per servire. Servire per testimoniare. Parafrasando così le parole del motto episcopale di dom Mario Antonio Da Silva, da domenica 18 settembre nuovo vescovo della diocesi di Roraima, estremo Nord del Brasile, é possibile sentire ancora il riverbero dell’abbraccio che il popolo roraimense ha offerto al suo nuovo pastore, manifestando cosi la gioia di riprendere con rinnovato entusiasmo il cammino di fede e di impegno missionario lasciato in eredita dal vescovo dom Roque, trasferito alla sede di Porto Velho nel settembre dello scorso anno. In queste parole si nasconde, di fatto, ben più del motto del vescovo Mario Antonio.

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Secondo le parole con cui p. Giancarlo Dallospedale, Amministratore diocesano, ha accolto il nuovo vescovo, il motto episcopale di dom Mario costituisce il nucleo di scelte pastorali mirate che la chiesa cattolica di Roraima ha assunto da anni ormai, per dare un’identità autenticamente profetica al proprio essere discepola di Gesu al fianco degli ultimi e dei più deboli secondo il mandato evangelico. Una scelta confermata pure dalle stesse parole di dom Mario Antonio che nell’omelia ha saputo tessere la trama della sua sensibilità di uomo e di credente, chiamato a guidare questa porzione del popolo di Dio in Roraima, a partire da un forte invito rivolto a tutte le istanze sociali e religiose affinché si uniscano le forze e tutti insieme si possa combattere ogni tipo di ingiustizia e soppruso e si lavori per difendere soprattutto chi è povero, sfruttato e vittima di un sistema sociale che esclude e crea morte anziché difendere la vita in tutte le sue forme ed espressioni: “Chi offende e uccide la dignità del povero, offende e uccide Dio stesso!”.

La scelta della Chiesa di Roraima di farsi voce di chi non ha voce e di essere l’espressione fedele della presenza del Regno di Dio in mezzo alla diversità di popoli e etnie presenti in Roraima, si è manifestata come primavera dello Spirito lungo tutta la liturgia eucaristica, soprattutto durante la liturgia della Parola, proclamata nelle lingue delle tre etnie indigene principali presenti nel territorio di Roraima: Macuxi, Yanhomami e Wapishana, e in portoghese. Anche l’offertorio è stato uno dei momenti apice dove ogni espressione pastorale e culturale della diocesi ha offerto il frutto del proprio lavoro corrispondente all’identità del proprio territorio.

Anche la vicina chiesa di Venezuela si è fatta presente con il vescovo della diocesi che confina con il Brasile, l’Amministrazione apostolica di Santa Helena do Huairen, dom Felipe, il quale, attraverso la presenza di alcuni Venezuelani, ha ricordato a tutta la Chiesa di Roraima la grave necessita di soccorrere alle urgenti necessita del popolo Venezuelano che sta vivendo un serio periodo di instabilità politica ed economica e per questo molti uomini e donne, famiglie intere tentano la fortuna qui in Brasile, ma con scarsi risultati.

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Al termine della celebrazione si poteva realmente respirare un aria di vera gioia in tutta la piazza antistante la Cattedrale di Boa Vista; lo Spirito soffia sempre sui cuori e sulla Chiesa che si mette ai suoi piedi e si lascia da Lui alimentare e plasmare… I frutti non tarderanno a venire!

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Un ritiro spirituale in Roraima

Don Lucio Nicoletto, nostro fidei donum in Brasile, ha tenuto un ritiro spirituale alla diocesi di Roraima in vista dell’ingresso del nuovo vescovo mons. Da Silva. Ecco le sue parole:

Quando, al tramonto del secolo scorso, ci si chiedeva come sarebbe stata la chiesa del nuovo millennio, il teologo Karl Rahner puntava dritto al centro: “O la chiesa diventerà mistica o non sarà più!”.

La realtà del Concilio Vaticano II ha aperto orizzonti decisamente più “incarnati” nella vita dell’uomo e della donna di oggi e continua a chiedere a tutta la chiesa che, per rimanere fedele al suo mandato di annunciare la buona notizia, rimanga fedele all’uomo e alla donna del suo tempo. C´è dunque bisogno di porsi in continuo ascolto del cuore delle persone, un ascolto “religioso”, cosi come recitava l’incipit della “Dei Verbum”, la Costituzione dogmatica sulla Parola di Dio. È esattamente questa particolare “Parola di Dio”, che è appunto la vita di ogni essere umano, che ha bisogno di essere accolta, ascoltata e amata. Cosi come fa Dio.

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Su questo solco si sta muovendo la chiesa diocesana di Roraima, dell’estremo nord del Brasile, che ha voluto prepararsi all’entrata del suo nuovo vescovo, dom Mario Antonio da Silva con un ritiro diocesano rivolto a tutti responsabili della vita pastorale, delle aree missionarie e delle comunità ecclesiali: “Chiesa – popolo di Dio: un cammino di comunione tra carismi e ministeri”.

Al di là della consistenza del tema, si è colta la necessità da parte di tutti i rappresentanti delle varie aree missionarie che compongono la realtà della diocesi amazzonica, di ritornare a far memoria delle radici che costituiscono l’identità di questa chiesa “di periferia”, ricordando persone ed esperienze che, lungo la storia di questa chiesa locale, hanno dato volto e consistenza all’annuncio del Vangelo.

Cosa può significare oggi essere chiesa cattolica in Roraima, tra bellezze e conflitti che segnano e feriscono ancora questa terra della regione amazzonica del Brasile? La domanda, tutt’altro che retorica, lascia trasparire quel bisogno di “incarnazione” che c’è in ogni discepolo missionario di Cristo, soprattutto in relazione alla necessità di conoscere il cuore della persona di oggi, per amarla e illuminarne i cammini della propria esistenza con la luce del Vangelo di Cristo. È quello che le comunità cristiane, di quest’angolo di terra brasiliana, tentano di vivere ascoltando il grido che sale dal cuore dei popoli indigeni che abitano questa terra da molti secoli prima che arrivasse la colonizzazione europea. Popoli che continuano ad essere feriti nella loro dignità e nella loro libertà dai grandi latifondisti che cercano di allargare i loro possedimenti per estendere le monoculture di soia operando, nel silenzio totale dei mezzi di comunicazione e delle organizzazioni governative, un vero genocidio dei popoli indigeni.

A questo si deve aggiungere lo sfruttamento fuorilegge del legname della foresta amazzonica che pone in stato di vera schiavitù migliaia di coltivatori agricoli delle regioni del sud dello stato, privandoli del diritto di lavorare i loro piccoli appezzamenti di terra per il sostentamento familiare, e che origina drastiche conseguenze climatiche per tutto il pianeta, vero e unico polmone della terra.

Sono queste alcune delle “grida” di cui la chiesa di Roraima, da anni ormai, ha deciso di mettersi in ascolto, per essere “presenza significativa e profetica” al fianco dei più poveri e sfruttati, delle vittime delle moderne schiavitù e prevaricazioni che segnano e feriscono questa terra.

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Non sappiamo se si riuscirà a risolvere tutti questi problemi, molte volte più grandi di noi…

 Come essere presenza di speranza e di vita anche davanti ai tanti giganti “Golia” che tanto spaventano e ci fanno sentire piccoli piccoli?

Le parole della Sacra Scrittura, che sono state proclamate all’inizio del ritiro, hanno tracciato lo stile e il proposito di tutti i membri della comunità diocesana all’inizio di questa nuova pagina di storia che sta per cominciare:

“… che tutti siano una cosa sola, perché il mondo creda!” (Gv 17,21). Il sogno dell’unità voluto da Gesù non è rimasto solo un pio desiderio per pochi nostalgici, ma torna ancora ad essere la radice principale dentro cui scorre tutta la linfa vitale che rinnova il volto della chiesa, convinti che dove due o tre cominciano a camminare insieme, proprio lì comincia il cammino verso l’eternità. Forse anche per questo oggi ci si riconosce “chiesa”, proprio perché non si è persa la memoria di ciò che ci ha costituiti come tale: il mistero dell’Incarnazione.
Un mistero di incontro tra due vite, tra due storie, tra due amori, quello umano e quello divino: la nostra povertà, la sua ricchezza; la sua chiamata, la nostra risposta; il suo desiderio di amarci, il nostro bisogno di essere amati. E non è più possibile nascondere che l’evangelizzazione oggi è diventata più che mai un’esperienza di incontro: il mistero della presenza di Dio nell’uomo di oggi, il mistero dell’uomo di oggi che trova il suo pieno significato nella presenza di Dio incarnato in questa storia, in questa umanità.

Leggendo e ripercorrendo ancora il Documento della 5^ Conferenza di Aparecida, è stato bello ricordare come tutta l’esperienza della Chiesa latinoamericana ha voluto lasciare come eredità spirituale la categoria dell’“incontro” con Cristo. Questa è la scintilla che può far scatenare un vero e autentico cammino di fede e di vita cristiana.

È perché abbiamo incontrato Cristo che possiamo imparare ad incontrarci fra di noi. È questa forza che genera tra di noi la stessa presenza di Cristo e dà volto alla parola “comunione”.

Quando si guarda e si pensa alla chiesa come ad un popolo e non ad una massa informe, senza identità, senza volto, si ha davanti a sè una comunità di persone che hanno fatto esperienza di un incontro che, a sua volta, ha fatto brillare di luce nuova la loro esistenza e a motivo della quale ora sentono il bisogno di condividerla e di viverla insieme, in comunione appunto.

Si comprende così, ancor di più, il perché del mandato di Cristo a diventare sempre più “un cuor solo ed un’anima sola” (At 4,32). Non è più possibile pensare l’evangelizzazione senza una forte esperienza di comunione con Cristo e con i fratelli. È la vita di ogni giorno che dà credito alla fede che portiamo dentro di noi, come lampada che brilla e che illumina nella misura in cui la alimentiamo con le nostre opzioni personali, a motivo di Cristo. Ed è proprio in questo punto cruciale che la vera comunione ecclesiale diventa essa stessa missione: sarà inevitabile all’uomo e alla donna di oggi credere ad un Vangelo proclamato prima di tutto con la propria stessa vita e le proprie idee.

L’ultimo punto nodale, a cui il ritiro ha fatto menzione, è stata l’attenzione che si è voluto dedicare alla riflessione sulla presenza di movimenti ecclesiali e nuove comunità di vita che crescono sempre più anche in questa realtà diocesana. La loro presenza nuova crea, come agli inizi della chiesa, inevitabili interrogativi e malintesi nelle migliori delle ipotesi, quando non si arriva anche a scontri e divisioni dentro alle comunità stesse. Davanti a queste pagine di vita concreta delle nostre comunità ecclesiali, serve sempre far memoria di ciò che dà ragione alla nostra esistenza come chiesa e dentro la chiesa. È tempo allora di riscoprire una sempre più autentica spiritualità di comunione che valorizzi i doni diversi che lo Spirito fa sorgere in seno alla comunità. Sentiamo che la radice di ogni vera spiritualità è l’amore che ci porta a uscire da noi stessi, ci mette nelle mani dell’altro e diventa dono.

Per questo è sempre più necessario verificare l’autenticità della propria spiritualità, per non correre il rischio di “usare” Dio, di strumentalizzarlo per affermare ancor più se stessi. È in questo senso che riusciamo a riconoscere la vera spiritualità: quando diventa un “purgatorio”, o meglio, una ascesi, una palestra spirituale che ci purifica e ci rinnova sempre più, portandoci ad una sempre più piena maturità di fede e di vita.

È questo continuo “uscire” da se stessi che ci abilita e ci motiva ad una spiritualità missionaria che trova il suo fondamento più pieno nell’imparare dal Cristo a “spogliarsi” di se stessi, del proprio egocentrismo, per andare verso l’altro, per farsi dono all’altro: questa è la scintilla che provoca la comunione e diventa per sua natura missione!

È importante riconoscere che, per vivere e testimoniare la spiritualità cristiana, occorre un coraggio analogo a quello dei martiri del primo secolo del Cristianesimo, realtà impossibile se il cristiano del futuro non sarà un “mistico”. Per questo si sente un bisogno sempre più crescente di una autentica “esperienza collettiva” dello Spirito, come è stata compiuta dalla comunità nel giorni di Pentecoste. Probabilmente non sono necessarie le “manifestazioni entusiastiche”, ma si dovrà raggiungere una “spiritualità vissuta in comune”, in cui ognuno comunicherà la propria esperienza e insieme si arriverà al discernimento, valorizzando così la comunione fraterna fra i carismi e i doni che si manifestano nella diversità delle espressioni e delle persone. Anche se facciamo esperienza di una Chiesa di tensioni e discordie interiori, sentiamo che più riusciamo ad esercitarci, non senza l’aiuto della Grazia, ad una piena spiritualità di comunione, più avremo la forza per rimanere nella Chiesa, collocando in essa con pazienza, con umiltà e con amore, il proprio dono dello Spirito.

Don Lucio Nicoletto

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I primi due mesi in Brasile di Elena Pezzuolo

Sono arrivata In Brasile il 13 di maggio (Madonna di Fatima) Fino ad ora i miei viaggi in terra brasiliana sono SEMPRE stati accompagnati dalla protezione di Maria. Dopo aver avuto la Grazia di vivere un esperienza missionaria nella periferia di San Paulo e Volta Redonda e´la prima volta che approdo nella “famosa” Baixada fluminense Regione dello stato di Rio de Janeiro: famosa per la sua altissima densita´di popolazione,la piu´alta dell america del Sud e per questo denominata” il formicaio dell´Ámerica Latina” Si arriva a 17.000 abitanti per km quadrato. Ed é proprio vero!!! L’ho sperimentato andando a visitare una famiglia, qualche giorno fa: si entra per un cancelletto, un corridoio stretto stretto ma…con piu´di 4 o 5 ” vie laterali” …dove mi sono resa conto che ne abitano altre 5 di famiglie: e´sufficiente un tavolo, due fuochi per cucinare e un materasso a terra per dormire.

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Ma la fama della Baixada Fluminense e´legata purtroppo anche all’ altissima percentuale di violenza, assalti, omicidi.

Scorre cosi la vita nel quartiere di Vilar dos Teles, Diocesi di Duque de Caxias, dove i missionari padovani sono presenti da piu´di 50 anni. Verso le 5.00 del mattino un fiume di gente, uomini, donne, giovani escono di casa per andare al lavoro e per raggiungere il centro di Rio de Janeiro con bus, metro, e infine anche il treno, e con il timore che forse non si sa se si ritornerá a casa sani e salvi. Gli assalti sono molti in qualunque angolo ed e´ impossibile reagire quando ti trovi una pistola puntata alla testa. Si tratta solo di dare cio´che chiedono: zaino, cellulare, orologio…E passata la paura, dopo che si allontanano ti rendi conto che gli assaltanti erano appena due ragazzini con non piu´di 12 anni, ma con in mano un arma piu´grande di loro.
Ho dovuto abituarmi all idea di non poter uscire da sola per strada dopo le 18.00, e´pericoloso. Ma, a dirlo purtroppo non sono solo io come straniera, ma gli stessi abitanti. Donna Joana mi sussurra all’ orecchio che si sente straniera nella sua terra. Mentre ricorda mi racconta che quando era piccola giocava sulla strada con le amichette fino a mezzanotte; ora, raccomanda ai suoi nipotini di non uscire di casa senza avvisare. Uno di loro gia´e´stato rapito qualche mese fa…

Una realta´cosi violenta non l avevo ancora toccata con mano. Il morro (collina) di cui questa regione e´composta e´quasi tutta favela e, comandata dalle diverse bande di trafficanti di droga. Per visitare le famiglie dobbiamo essere accompagnati da persone del posto e conoosciute. Per i giovani che entrano nel circolo della droga e´difficile uscirne. In quel caso lo chef ordina che chi tradisce venga tagliato a pezzi.

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Davanti a Gesu´Eucaristia posto nel sacrario della nostra cappellina della casa parrocchiale tento di ricordare a me stessa che Dio ha creato il cuore dell uomo a sua immagine e somiglianza e quindi MOLTO BUONO. SI, e´cosi….Non esistono persone cattive, ne ho la certezza, esistono solo persone infelici.

Nonostante tutto ciò ammiro il popolo brasiliano che si pone a lottare tutti i giorni con questa realtà con fede e abbandono.

E´stato e continuano ad essere per me un regalo gli incontri, le conversazioni con alcuni giovani della parrocchia, o dei vari gruppi di catechesi dove come diocesi di Padova stiamo lavorando. Dopo aver guadagnato un po di fiducia e entrare nella profondita delle loro storie mi accorgo che e´cosi: famiglie distrutte e divise, che lasciano ferite molto pesanti.
Quale dono per me poter visitare e lavorare per una settimana ad un centro di recupero per ragazzi di strada e usuari di droga a pochi kilometri di distanza.
Lucas, ha ora 18 anni e lavora come muratore. Non conosce il papa´e da quando aveva 7 anni la mamma lo ha abbandonato in casa e lui…ha tentato di andare avanti. Ha conosciuto il mondo della droga e della “rua” (strada) dove e´finito per abitarci. “La vita li´non e´poi cosi difficile”, mi dice Lucas :” Mangiavo, dormivo di giorno e di notte facevo uso e vendevo droga . Non ci sono regole se non quelle poche del nostro capo. Nella strada tutto e´possibile e facile da trovare ma…ho PERSO ME STESSO. Un giorno il mio chef mi chiede di fare un servizio, avevo 15 anni: uccidere Jefferson, un uomo che aveva fatto un torto a lui; dovevo obbedire o lui avrebbe ucciso me. Arrivai a casa di Jefferson con la mia arma, lo presi e lo minacciai. Lui si mise in ginocchio davanti a me e guardandomi esclamo´: Lucas! io sono innocente e muoio innocente e la mia anima se Dio vuole andra´in cielo. Ma tu..la tua anima dove andra’?”. Uccisi quello uomo dopo queste sue parole ma…credimi Elena che il Signor Jefferson OGNI NOTTE viene a farmi visita e non mi lascia tranquillo. Le mie notti sono diventate un inferno. ”
Ora Lucas lavora ed e´riuscito ad uscire dalla droga. E´un bel ragazzo e con tanti sogni e desideri nel cuore ma…con una ferita molto, molto pesante. “Sto ritrovando pian piano la mia strada ma soprattutto ho tanto desiderio di rivedere mia madre, prega per questo.”
E´un grande onore per me ascoltare la vita di questi fratelli, potermi sedere a loro lato, dare un abbraccio senza tante parole. Ho compreso come, ascoltare, entrare nella vita e nella storia sacra di chi ti sta davanti e farlo in punta di piedi e senza giudicare, sia un’ arte da imparare solo mettendomi alla scuola del Maestro. Ho bisogno di molta umilta´.

‘Per Dio non esiste situazione o persona che possiamo considerare perduta. Per Lui niente e nessuno e´perduto”.

Porto con me questa frase tanto vera quanto concreta di Papa Francesco. Posso credere nell uomo, qualsiasi sia e qualunque situazione stia vivendo, credo nella resurrezione dei vivi prima che nella Resurrezione dei morti. Dio fa con me questo tutti i santi giorni, a partire dalle mie fragilita´e peccati e non vorrei che questa sua misericordia per me diventasse un’abitudine, ma una continua meraviglia. Ed e´cosi´per Lucas , per George, e per tanti ragazzi e ragazze che ho conosciuto e tanti che non conosco: c’ è sempre una speranza.

Sono 18 le comunita´affidate alla cura dei missionari di Padova. I sacerdoti non riescono a celebrare in tutte e cosi la messa in alcune e´solo una volta al mese. Ma che gioia per il popolo quando quell’ unica volta arriva il sacerdote! Il popolo brasiliano e´molto semplice e espressivo, grato e ricco di fede. Entrando in una baracca, che noi chiamiamo casa, durante le visite alle famiglie vedo una piccola placca di legno appesa al muro di entrata con scritto : ” Qui puo´mancare il pane ma non la fede in Dio”.

A volte davvero mi sono resa conto di come non esistano tante parole di fronte ad una mamma che mi confida che il marito ubriaco continua a picchiarla e che mi chiede se l amore esiste davvero….So che si! Esiste ma in quel momento non escono le parole ma solo un abbraccio forte, la disponibilita´al dialogo per comprendere la via migliore per uscirne e ….vivere bene il mio quotidiano. Percepisco come il mondo sia stanco di parole, e a dire la verita´anche io, e abbia bisogno di testimoni di vita, dell amore nel quotidiano, non fatto di tanti gesti eroici. Ho ammirazione per la signora Rut , dodici figli, di 75 anni, che OGNI mattina scende dalla collina a piedi per fare la spesa per la famiglia e risale a mezzogiorno con un sole cosi caldo che e´possibile sciogliersi, e lo fa con tanto amore…che penso di non avere bisogno di leggere altri libri per conoscere la vita dei Santi.

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Atterrando in Roraima in punta di piedi

Non avevo mai visto sorgere il sole sull’Equatore. O quasi.

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Rio de Janeiro puo vantarsi dei colori e dei riverberi del Tropico del Capricorno, ma il Brasile, evidentemente non é solo Rio. A cinquemila chilometri piú a nord, c’é ancora um cappello di terra ai confini con il Venezuela e la Guiana. Ed é ancora Brasile. É lo stato di Roraima, uno stato relativamente giovane, che ha ottenuto la sua emancipazione alla fine degli anni ottanta. Una popolazione esigua in relazione al território che si presenta vasto tanto quanto l’Italia senza le sue isole. Se penso ala realtá che ci siamo lasciati alle spalle, nella amata terra della Baixada Fluminense, mi vengono i brividi al solo pensiero che qui, la realtá é completamente oposta. Qui si parla di uma densitá pari a 2 abitanti e mezzo per chilometro quadrato, che diventano 4 e mezzo quando si considera la densitá della poplaione di Boa Visa, la capitale di Roraima; a São João de Meriti si arriva a punte di 17.000 abitanti per chilometro quadrato. Non servono commenti.

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C’é una matrice indígena consistente presente nella maggior parte dello stato di Roraima, ma la si ritrova in modo particolare nelle regioni del nord, dove il governo federale ha concesso, a forza di lotte e di spargimenti di sangue, la demarcazione delle terre che definiscono i territori a statuto speciale per le etnie indigene presenti qui in Roraima. Ma si trovano pure molti immigranti provenienti da altre zone del Brasile, in prevalenza dal Nordest, che lungo i decenni passati hanno lasciato la loro miseria per tentare uma nuova vita in queste terre presentate, all’epoca, come um nuovo El Dorado, per la grandeza dei territori e la possibilitá di un pezzetto di terra e di una casa, sinonimi di dignitá e libertá per se e per i propri figli.

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Probabilmente non é andato come tutti speravano. I poveri hanno questo nel sangue: sognano sempre, perché il sogno é l’anima della lotta contro ogni disperazione e morte di ogni anima.

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In questi primi passi che mettiamo, scendendo in punta dei piedi dall’aereo, ma accolti dalla gente come si accoglie un amico o um fratello che viene a fare casa, ci lasciamo prendere per mano dai nostri fratelli e sorelle missionari, in particolare della diocesi sorella di Vicenza, che sono presenti qui in Roraima dal 2009. Assieme alle suore orsoline, si prendono cura di una vasta area alla periferia della capitale Boa Vista, dove si accumulano catapecchie, costruite sopra antiche discariche in preda di ogni tipo di malattie, e di complessi di case popolari costruite dal governo, col programma “minha casa, minha vida”, che a guardarle sembrano gabbie per uccelli, con quei 40 metri quadri di squallore dove vivono uma media di 6 persone, senza uma piazza, senza um punto di ritrovo, uma scuola, um ambulatório, um luogo che indichi la presenza di persone… Solo numeri…

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Forse nei progetti iniziali c’era pure qualcosa di interessante… Ma poi, lungo il cammino, i soldi investiti dal governo se ne vanno a spasso di tasca in tasca, divisi fra i politici locali, noncuranti delle condizioni sempre precarie del popolo, ma sempre pronti a fare promesse in migliorie al tempo dele elezioni politiche.

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Visitiamo pure il município di Cantá, ai confini com l’area indígena, dove vivono anche famiglie indigene che hanno scelto di non abitare dentro al território demarcato per loro. Com la comunitá di Vila Central, ad uma trentina di chilometri da Cantá, celebriamo la festa di São Pedro, il patrono locale, con uma folta presenza di bambini, familgie indigene e gente immigrata da varie parti del Brasile e ivi stabilite. Le distanza che separano uma comunitá dall’altra sono consistenti e questo offre l’opportunitá di ascoltare i racconti di chi ci accompagna, in macchina, lá dove ancora non si conosce la strada. Si ascoltano storie di vita, di popoli e di lotte; si raccolgono lacrime mai consolate e si cerca di non guardare troppo nel volto di chi há ancora occhi gonfi di lacrime per rispettare quella dignitá mista ad orgoglio ferito che solo il tempo e altri sogni potranno risanare.

Don Lucio Nicoletto

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Rientrando in Italia…

 

Il volo interno da Chiang Mai a Bangkok è stato veloce e alle 20.30 si rientra via Abu Dhabi, dopo giorni intensi che hanno intrecciato tanta vita di missione.

Il racconto ha atterrato spesso sulla Parola per ripartire con i volto bellissimo e intraprendente della missione. Mi scriveva il vescovo Luciano Capelli impegnato nelle isole Salomone, nel giorno di Pasqua: “Grazie per la bella testimonianza della Tailandia…Buona primavera missionaria…Facciamo rifiorire il carisma missionario nella chiesa…La terra’ giovanile…Ciao!”

Prendo al volo queste parole, tonificano non poco i tratti della missione!

Grazie ai missionari che in modo particolare loro si sono raccontati, a chi si è messo in ascolto anche meravigliandosi di questo bene condiviso e di questa perla preziosa che è la missione Triveneto, incastonata nella bellissima Thailandia.

Sono stati giorni intensi specie per aver accompagnato con molta apprensione l’amico don Giuseppe di Verona. Grazie per la preghiera sempre presente che ci è giunta da ogni parte del mondo, in ogni lingua, con ogni cuore.

Chiudo, raccontando ancora e con notizie favorevoli che mi giungono dall’ospedale di Chiang Mai, don Giuseppe sta migliorando ora per ora!!!

Buon tutto a tutti e ad Andrea Canton che in qualsiasi ora in Italia cuciva video e racconti… buon riposo meritato!