Un ritiro spirituale in Roraima

Don Lucio Nicoletto, nostro fidei donum in Brasile, ha tenuto un ritiro spirituale alla diocesi di Roraima in vista dell’ingresso del nuovo vescovo mons. Da Silva. Ecco le sue parole:

Quando, al tramonto del secolo scorso, ci si chiedeva come sarebbe stata la chiesa del nuovo millennio, il teologo Karl Rahner puntava dritto al centro: “O la chiesa diventerà mistica o non sarà più!”.

La realtà del Concilio Vaticano II ha aperto orizzonti decisamente più “incarnati” nella vita dell’uomo e della donna di oggi e continua a chiedere a tutta la chiesa che, per rimanere fedele al suo mandato di annunciare la buona notizia, rimanga fedele all’uomo e alla donna del suo tempo. C´è dunque bisogno di porsi in continuo ascolto del cuore delle persone, un ascolto “religioso”, cosi come recitava l’incipit della “Dei Verbum”, la Costituzione dogmatica sulla Parola di Dio. È esattamente questa particolare “Parola di Dio”, che è appunto la vita di ogni essere umano, che ha bisogno di essere accolta, ascoltata e amata. Cosi come fa Dio.

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Su questo solco si sta muovendo la chiesa diocesana di Roraima, dell’estremo nord del Brasile, che ha voluto prepararsi all’entrata del suo nuovo vescovo, dom Mario Antonio da Silva con un ritiro diocesano rivolto a tutti responsabili della vita pastorale, delle aree missionarie e delle comunità ecclesiali: “Chiesa – popolo di Dio: un cammino di comunione tra carismi e ministeri”.

Al di là della consistenza del tema, si è colta la necessità da parte di tutti i rappresentanti delle varie aree missionarie che compongono la realtà della diocesi amazzonica, di ritornare a far memoria delle radici che costituiscono l’identità di questa chiesa “di periferia”, ricordando persone ed esperienze che, lungo la storia di questa chiesa locale, hanno dato volto e consistenza all’annuncio del Vangelo.

Cosa può significare oggi essere chiesa cattolica in Roraima, tra bellezze e conflitti che segnano e feriscono ancora questa terra della regione amazzonica del Brasile? La domanda, tutt’altro che retorica, lascia trasparire quel bisogno di “incarnazione” che c’è in ogni discepolo missionario di Cristo, soprattutto in relazione alla necessità di conoscere il cuore della persona di oggi, per amarla e illuminarne i cammini della propria esistenza con la luce del Vangelo di Cristo. È quello che le comunità cristiane, di quest’angolo di terra brasiliana, tentano di vivere ascoltando il grido che sale dal cuore dei popoli indigeni che abitano questa terra da molti secoli prima che arrivasse la colonizzazione europea. Popoli che continuano ad essere feriti nella loro dignità e nella loro libertà dai grandi latifondisti che cercano di allargare i loro possedimenti per estendere le monoculture di soia operando, nel silenzio totale dei mezzi di comunicazione e delle organizzazioni governative, un vero genocidio dei popoli indigeni.

A questo si deve aggiungere lo sfruttamento fuorilegge del legname della foresta amazzonica che pone in stato di vera schiavitù migliaia di coltivatori agricoli delle regioni del sud dello stato, privandoli del diritto di lavorare i loro piccoli appezzamenti di terra per il sostentamento familiare, e che origina drastiche conseguenze climatiche per tutto il pianeta, vero e unico polmone della terra.

Sono queste alcune delle “grida” di cui la chiesa di Roraima, da anni ormai, ha deciso di mettersi in ascolto, per essere “presenza significativa e profetica” al fianco dei più poveri e sfruttati, delle vittime delle moderne schiavitù e prevaricazioni che segnano e feriscono questa terra.

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Non sappiamo se si riuscirà a risolvere tutti questi problemi, molte volte più grandi di noi…

 Come essere presenza di speranza e di vita anche davanti ai tanti giganti “Golia” che tanto spaventano e ci fanno sentire piccoli piccoli?

Le parole della Sacra Scrittura, che sono state proclamate all’inizio del ritiro, hanno tracciato lo stile e il proposito di tutti i membri della comunità diocesana all’inizio di questa nuova pagina di storia che sta per cominciare:

“… che tutti siano una cosa sola, perché il mondo creda!” (Gv 17,21). Il sogno dell’unità voluto da Gesù non è rimasto solo un pio desiderio per pochi nostalgici, ma torna ancora ad essere la radice principale dentro cui scorre tutta la linfa vitale che rinnova il volto della chiesa, convinti che dove due o tre cominciano a camminare insieme, proprio lì comincia il cammino verso l’eternità. Forse anche per questo oggi ci si riconosce “chiesa”, proprio perché non si è persa la memoria di ciò che ci ha costituiti come tale: il mistero dell’Incarnazione.
Un mistero di incontro tra due vite, tra due storie, tra due amori, quello umano e quello divino: la nostra povertà, la sua ricchezza; la sua chiamata, la nostra risposta; il suo desiderio di amarci, il nostro bisogno di essere amati. E non è più possibile nascondere che l’evangelizzazione oggi è diventata più che mai un’esperienza di incontro: il mistero della presenza di Dio nell’uomo di oggi, il mistero dell’uomo di oggi che trova il suo pieno significato nella presenza di Dio incarnato in questa storia, in questa umanità.

Leggendo e ripercorrendo ancora il Documento della 5^ Conferenza di Aparecida, è stato bello ricordare come tutta l’esperienza della Chiesa latinoamericana ha voluto lasciare come eredità spirituale la categoria dell’“incontro” con Cristo. Questa è la scintilla che può far scatenare un vero e autentico cammino di fede e di vita cristiana.

È perché abbiamo incontrato Cristo che possiamo imparare ad incontrarci fra di noi. È questa forza che genera tra di noi la stessa presenza di Cristo e dà volto alla parola “comunione”.

Quando si guarda e si pensa alla chiesa come ad un popolo e non ad una massa informe, senza identità, senza volto, si ha davanti a sè una comunità di persone che hanno fatto esperienza di un incontro che, a sua volta, ha fatto brillare di luce nuova la loro esistenza e a motivo della quale ora sentono il bisogno di condividerla e di viverla insieme, in comunione appunto.

Si comprende così, ancor di più, il perché del mandato di Cristo a diventare sempre più “un cuor solo ed un’anima sola” (At 4,32). Non è più possibile pensare l’evangelizzazione senza una forte esperienza di comunione con Cristo e con i fratelli. È la vita di ogni giorno che dà credito alla fede che portiamo dentro di noi, come lampada che brilla e che illumina nella misura in cui la alimentiamo con le nostre opzioni personali, a motivo di Cristo. Ed è proprio in questo punto cruciale che la vera comunione ecclesiale diventa essa stessa missione: sarà inevitabile all’uomo e alla donna di oggi credere ad un Vangelo proclamato prima di tutto con la propria stessa vita e le proprie idee.

L’ultimo punto nodale, a cui il ritiro ha fatto menzione, è stata l’attenzione che si è voluto dedicare alla riflessione sulla presenza di movimenti ecclesiali e nuove comunità di vita che crescono sempre più anche in questa realtà diocesana. La loro presenza nuova crea, come agli inizi della chiesa, inevitabili interrogativi e malintesi nelle migliori delle ipotesi, quando non si arriva anche a scontri e divisioni dentro alle comunità stesse. Davanti a queste pagine di vita concreta delle nostre comunità ecclesiali, serve sempre far memoria di ciò che dà ragione alla nostra esistenza come chiesa e dentro la chiesa. È tempo allora di riscoprire una sempre più autentica spiritualità di comunione che valorizzi i doni diversi che lo Spirito fa sorgere in seno alla comunità. Sentiamo che la radice di ogni vera spiritualità è l’amore che ci porta a uscire da noi stessi, ci mette nelle mani dell’altro e diventa dono.

Per questo è sempre più necessario verificare l’autenticità della propria spiritualità, per non correre il rischio di “usare” Dio, di strumentalizzarlo per affermare ancor più se stessi. È in questo senso che riusciamo a riconoscere la vera spiritualità: quando diventa un “purgatorio”, o meglio, una ascesi, una palestra spirituale che ci purifica e ci rinnova sempre più, portandoci ad una sempre più piena maturità di fede e di vita.

È questo continuo “uscire” da se stessi che ci abilita e ci motiva ad una spiritualità missionaria che trova il suo fondamento più pieno nell’imparare dal Cristo a “spogliarsi” di se stessi, del proprio egocentrismo, per andare verso l’altro, per farsi dono all’altro: questa è la scintilla che provoca la comunione e diventa per sua natura missione!

È importante riconoscere che, per vivere e testimoniare la spiritualità cristiana, occorre un coraggio analogo a quello dei martiri del primo secolo del Cristianesimo, realtà impossibile se il cristiano del futuro non sarà un “mistico”. Per questo si sente un bisogno sempre più crescente di una autentica “esperienza collettiva” dello Spirito, come è stata compiuta dalla comunità nel giorni di Pentecoste. Probabilmente non sono necessarie le “manifestazioni entusiastiche”, ma si dovrà raggiungere una “spiritualità vissuta in comune”, in cui ognuno comunicherà la propria esperienza e insieme si arriverà al discernimento, valorizzando così la comunione fraterna fra i carismi e i doni che si manifestano nella diversità delle espressioni e delle persone. Anche se facciamo esperienza di una Chiesa di tensioni e discordie interiori, sentiamo che più riusciamo ad esercitarci, non senza l’aiuto della Grazia, ad una piena spiritualità di comunione, più avremo la forza per rimanere nella Chiesa, collocando in essa con pazienza, con umiltà e con amore, il proprio dono dello Spirito.

Don Lucio Nicoletto

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